di Claudia Pavan
Fantasmi sotto attacco!
In un sito che vende hardware e software per dispositivi di controllo e sistemi di “spionaggio”, come microspie e telecamere, incappo in una sezione chiamata “sistemi di fenomeni paranormali”. Con una spesa di trecento euro è possibile comprare una telecamera termica per individuare i fantasmi. Il fantasma, come scrive Treccani, è una “apparizione notturna, ombra, spettro”: esso è invisibile per definizione, o visibile soltanto a propria discrezione. Il suo potere, e la sua caratteristica principale, con la diffusione di tali sistemi informatici sono quindi ormai esplicitamente sotto-attacco.
Cosa si nasconde dietro il bisogno di documentare e controllare tutto ciò che ci circonda? Niente deve esistere che non si possa vedere e monitorare: la visibilità decide di ciò che è reale, e di ciò che non lo è. In queste righe voglio difendere il diritto dei fantasmi e il nostro all’invisibilità, denunciandone il nemico principale: le telecamere e i sistemi di videosorveglianza. La società delle immagini e del controllo è ossessionata dall’ordine e dalla razionalità: l’invisibilità è ormai una condizione colpevole, proibita. Chi vuole essere invisibile, o almeno evadere dai sistemi di controllo, è considerato automaticamente pericoloso. Gli invisibili, per il sistema, non sono che fantasmi o criminali da stanare. “Se non hai niente da nascondere, perché ti preoccupi tanto di essere spiato… ” — esiste domanda più idiota? Questo testo è un piccolo manifesto che rivendica il diritto di tutti e ciascuno a essere fantasmi, all’invisibilità.
I sistemi di videosorveglianza
I sistemi di videosorveglianza si sono insinuati rapidamente nello spazio pubblico. Le telecamere, presenze ormai pienamente normalizzate, sono dappertutto: appollaiate agli incroci, sui semafori, davanti all’entrata di locali e negozi, nelle strade principali e in quelle secondarie, nelle piazze (soprattutto quelle “calde” o turistiche). Entri in un supermercato e sono in ogni corsia, le senti addosso quando paghi al bancomat, quando passeggi vicino alle case dei ricchi, e persino a quelle di chi così ricco non è, ma ha soltanto paura: “Sai, di questi tempi!”. Viaggiano sui treni, nei bus, per non parlare degli aeroporti e dei loro raffinati sistemi di riconoscimento facciale. Le troviamo nelle scuole, negli ospedali, persino i boschi e le montagne non sfuggono al loro occhio: dall’arrogante ronzio dei droni sopra le nostre teste alle fototrappole per cinghiali, passando per le telecamere per i migranti (che rivelano come, alla fine dei conti, il confine non sia altro che un recinto della grande villa dei privilegiati).
Dietro quest’occhio impersonale e repressivo, che ci spia ventiquattr’ore su ventiquattro, si celano spesso uomini bianchi eteronormati, o altre soggettività che ne hanno comunque pienamente interiorizzato lo sguardo normalizzante: funzionari degli apparati repressivi di Stato, rettori, capi di fabbrica, dirigenti di grandi magazzini, addetti alla sicurezza, facoltosi privati cittadini che tutelano le loro ampie proprietà. L’apparente giustificazione politica della presenza onnipervasiva di quest’occhio è sempre la stessa per tutti: la sicurezza.
Se andiamo a leggere i programmi elettorali, sotto la voce “sicurezza” è sempre presente l’acquisto e installazione di nuove telecamere. La videosorveglianza, pur essendo solo uno strumento tra altri, svolge un ruolo sempre più importante nella moderna cassetta degli attrezzi degli apparati repressivi. Le telecamere moderne sono dotate di zoom e capacità infrarosse, quelle più sofisticate utilizzano addirittura software automatizzati iper-performanti, capaci di riconoscere i tratti somatici, analizzare i comportamenti delle folle e riconoscere la presenza di oggetti occultati sotto gli abiti o dentro il corpo stesso. Grazie a queste innovazioni tecnologiche le forze di controllo e polizia possono aumentare la propria capacità d’ispezione senza aumentare il numero di effettivi, che possono così essere utilizzati per pattugliare in modo ancora più massiccio strade sempre più militarizzate.
Le tecnologie di videosorveglianza sono una metafora dalla violenza cronica di chi le ha create e installate. La sicurezza che sarebbero supposte generare non è di certo per noi, ma per lo Stato e i suoi apparati, per la ricchezza che essi tutelano con particolare zelo. Per noi, esse non generano alcun senso di sicurezza, ma di controllo. Che effetto fa sapersi potenzialmente controllati in qualsiasi istante e in qualunque luogo, ci siamo mai chiesti quali conseguenze ha tutto ciò sulle nostre vite? Se ci pensiamo, la sola presenza delle telecamere falsa il rapporto tra le persone: ci rende diffidenti, in primo luogo, gli uni verso gli altri. Ci sentiamo costantemente spiati, le azioni che compiamo diventano sempre più ponderate. In una parola, siamo indotti ad auto-censurarci, e a diffidare degli altri. Oltre a essere un pilastro della repressione, la videosorveglianza è anche – per la sua stessa natura – un ottimo strumento di (auto)disciplina. I software di cui si servono tali sistemi consentono infatti di rilevare con sempre maggior precisione i comportamenti “anomali”: fermarsi in un’area in cui si dovrebbe camminare, andare a zonzo mentre si dovrebbe sapere dove si sta andando, sedersi quando si dovrebbe stare in piedi, riunirsi quando si dovrebbe restare soli, essere a bere il caffè quando si dovrebbe star lavorando, ecc. L’effetto panottico della videosorveglianza induce nei soggetti la sensazione di essere potenzialmente osservati ovunque e in ogni momento, incoraggiando il conformismo, l’omologazione e la delazione. Il suo effetto maggiore è la normalizzazione dei comportamenti, ottenuta per mezzo dell’interiorizzazione dello sguardo severo e giudicante degli apparati di controllo. Sei “libero o libera” solo a patto di accettare le regole interiorizzate di questa sottile forma di segregazione.
Non è necessario fare ricorso alla forza per costringere il condannato alla buona condotta, il pazzo alla calma, l’operaio al lavoro, lo scolaro all’applicazione, l’ammalato all’osservanza delle prescrizioni […] Colui che è sottoposto a un campo di visibilità, e che lo sa, prende a proprio conto le costrizioni del potere; le fa giocare spontaneamente su se stesso; inscrive in se stesso il rapporto di potere in cui gioca simultaneamente entrambi i ruoli [di vittima e carnefice, di osservante e di osservato], diviene il principio stesso del proprio assoggettamento. Il potere esterno tende così all’incorporeo, e più si avvicina a questo limite, più i suoi effetti sono costanti, profondi, acquisiti una volta per tutte: una perpetua vittoria che evita lo scontro fisico e gioca sempre d’anticipo
(M. Foucault, Sorvegliare e punire )
La lotta per riconquistare il diritto all’invisibilità si fa ogni giorno più urgente. Legittimare l’aumento di misure di sorveglianza significa essere complici dei nostri carcerieri, combatterle significa invece rivendicare la possibilità di vivere senza doversi chiedere, a ogni passo, quali norme stiamo rispettando quali infrangendo. Solo così le città potranno, pian piano, essere riappropriate da tutte e tutti coloro che ne sono emarginati ed esclusi; solo così potranno forse, un giorno, diventare davvero dei luoghi sicuri e ospitali.
*Immagine di copertina di Lianhao Qu (via Unsplash), crediti qui.